IL REBUS DELLA FUTURA SOSTENIBILITA’ DEL SISTEMA PREVIDENZIALE

Alberto Giorgiutti

Entro il 2050 in Italia il numero dei pensionati potrebbe superare quello dei lavoratori. È ciò che emerge da un recente rapporto dell’Ocse che Fondazione Studi Consulenti del Lavoro propone come punto di partenza di un’ipotesi di riforma previdenziale, ma non solo, che salvaguardi il futuro delle nuove generazioni.
Una tendenza demografica preoccupante
Decremento demografico, bassa natalità, invecchiamento, questo è lo scenario che emerge dallo studio. Fattori che, in mancanza di azioni concrete per invertire la tendenza, incideranno sulla tenuta del nostro sistema previdenziale. La decrescita demografica ha segnato nel 2018 il record più negativo nella storia dell’Italia post-bellica, con 439.747 nati vivi e un tasso di natalità sceso a 7,3 (nati vivi ogni 1000 abitanti), il più basso d’Europa. Se nell’immediato dopoguerra (1959), gli anni a cui corrisponde il baby boom, la popolazione giovanile pesava per il 56,3% e quella over 64 solo per il 9,1%, alla fine degli anni ‘90 i giovani con meno di 35 anni erano il 42,8% e gli anziani il 17,8%, ebbene 20 anni dopo, nel 2019, il divario si è ridotto ancora di più con il 33,8% dei giovani contro il 22,8% degli anziani. Si stima che nel 2039, la situazione sarà invertita e gli anziani supereranno numericamente i giovani: la percentuale di popolazione con meno di 35 anni sarà pari al 31,2%, mentre quella con più di 64 arriverà a toccare quota 31,6%.
Disallineamenti tra domanda e offerta
L’Italia continua a collocarsi in fondo alle graduatorie internazionali in riferimento a tutti i principali indicatori di partecipazione al mercato del lavoro, lasciandosi alle spalle solo la Grecia come fanalino di coda. Negli ultimi anni si è visto un miglioramento sulla riduzione del tasso di disoccupazione ma c’è ancora molto da lavorare. Nello studio proposto sembra che buona parte delle colpe non siano da attribuire ad una mancanza di incentivi statali o regionali all’occupabilità ma ad un vero e proprio cambiamento di valori nei giovani d’oggi che non hanno più un interesse specifico al posto stabile. Nella popolazione 15-24 anni il tasso di occupazione dell’ultimo decennio si è ridotto significativamente, passando dal 24,2% al 17,7%. L’Italia presenta un livello di partecipazione al lavoro praticamente dimezzato rispetto a quello dei giovani europei, dove la media di occupati sul totale della popolazione giovanile è del 35,3%. Secondo i consulenti del lavoro va sottolineato come l’esonero contributivo triennale introdotto dal Governo Renzi per incentivare le assunzioni a tempo indeterminato e il Decreto Dignità, non hanno prodotto l’inversione di tendenza sperata. Il dato più rilevante è che ben il 58,1% dei contratti a tempo indeterminato si chiude per dimissioni entro 36 mesi con un tasso di decadenza del 56,6% e si vuole far risalire questo dato ad un differente approccio dei giovani rispetto al posto fisso. Soprattutto con riferimento alla fascia più giovane, viene segnalato l’intensificarsi di un disallineamento crescente dei percorsi formativi (secondari e terziari) rispetto ai profili di competenze richiesti dalle aziende. Un fenomeno non nuovo, reso tuttavia oggi più urgente dall’accelerazione dei processi di innovazione delle imprese e dal ritardo del sistema nella revisione dei percorsi formativi al fine di renderli più coerenti con i fabbisogni espressi dal mercato. In un recente articolo apparso su “Il Sole 24 Ore”, l’allarme sul “mismatch” tra offerta e domanda di lavoro è rilevante se si pensa che nel primo trimestre 2020 i posti di lavoro offerti dalle aziende saranno di oltre 1 milione ma ben 350mila posti non saranno coperti per mancanza di candidati. Tra i giovani la forbice tra offerta e domanda arriva al 65%. Sono richiesti specialisti in scienze informatiche, fisica, chimica, risultano “introvabili” tecnici, diplomati e Its. Professioni legate all’era della tecnologia 4.0 come data scientist e data analyst, ingegneri con preparazione digitale, operai specializzati, chimici, ma anche esperti in marketing, modellisti di capi di abbigliamento e addetti alle lavorazioni dei prodotti alimentari. I recenti dati sulle iscrizioni alle scuole superiori per l’anno scolastico 2020/2021ci dicono che in Friuli Venezia Giulia le variazioni rispetto all’anno in corso sono minime, con un lievissimo incremento di alunni che frequenteranno gli istituti tecnici ma in calo le immatricolazioni sui settori tecnologici. I licei la fanno ancora da padrona e sono i più scelti, in particolare quello scientifico mentre rimane stabile il dato sui licei classici. In calo le iscrizioni sugli istituti professioniali. I dati ci dicono quindi che la scelta dei ragazzi rimane orientata a ciò che piace senza una particolare visione su ciò che potrebbe essere più utile per trovare facilmente lavoro al termine degli studi.
Senza crescita
La crescita economica dovrà essere l’obiettivo principale per sostenere l’occupazione ed una sostenibilità futura della previdenza. L’Italia tra gli anni 2000 e 2008 era il Paese europeo ad aver il tasso di crescita più basso e lo stato delle cose non sembra migliorare di molto la situazione. Malgrado a partire dal 2013 si sia avviata una ripresa, nell’ultimo decennio il Pil italiano viene registrato ancora in “area negativa”, con una perdita netta del 3,3%. Dal punto di vista occupazionale nonostante in questo decennio il dato sia stato in variazione positiva di 125mila unità (+0,5%) nello stesso periodo si sono perse oltre 2 miliardi di ore lavorate che, calcolate per ciascun occupato, portano il volume annuo medio in capo ad ogni lavoratore dalle 1.806 ore del 2008 alle 1.722 del 2018 (-4,6%). Viene rilevato come il dato di ore pro-capite in riduzione sia determinato sia dal lavoro irregolare che sottrae annualmente alla base occupazionale un 15,5% di possibili contribuenti che un ricorso massiccio a forme di part-time. A fronte di una contrazione dei lavoratori occupati full-time (-4,4%), con una differenza nel decennio di 876 mila lavoratori in meno, i lavoratori a tempo parziale sono aumentati di un milione, per una crescita pari al 30,2%, portando l’incidenza di tale modalità occupazionale sulla popolazione lavorativa dal 14,3% del 2008 al 18,6% del 2018. Sembra che a pesare maggiormente su questa “scelta” sia una componente involontaria dovuta alla crisi economica (che si ripercuote anche sui redditi). Una decrescita generalizzata per il nostro Paese destinata ad impattare sugli importi degli assegni pensionistici futuri degli italiani, sempre più calcolati su quanti contributi previdenziali vengono realmente versati.
Che fare
Oltre alla necessità di operare sul piano della formazione dei giovani per ampliare base occupazionale e quindi previdenziale, anche le aziende devono attrezzarsi per incrementare il proprio “appeal” nei confronti dei giovani, ma soprattutto questi obiettivi – dichiara Marina Calderone, Presidente del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro – vanno accompagnati da un cambiamento del “sistema Paese” con nuove infrastrutture e servizi –banche dati, formazione, accompagnamento al lavoro, consulenza – necessaria a supportare l’occupabilità dei lavoratori lungo tutto l’arco della vita attiva e a coprire, con apposita e nuova strumentazione, i rischi derivanti dalle interruzioni dei percorsi lavorativi che saranno, presumibilmente, molto più frequenti e diffusi”