Minori al lavoro

Alberto Giorgiutti

Dopo anni di inedia sull’argomento del lavoro minorile, anche l’Italia – che ha voluto togliere il divieto di lavoro dei pensionati e mettere divieti e limitazioni proprio sul lavoro minorile – si adegua al modello formativo integrato tra scuola e lavoro, introducendo il cosiddetto Sistema duale, mutuato dalla Germania e già applicato con successo nei Paesi del Nord Europa. Rispetto agli ordinari strumenti volti a consentire ai giovani di compiere esperienze in azienda sotto forma di brevi stage o tirocini estivi, è stato dato avvio all’apprendistato per la qualifica e il diploma professionale, il diploma di istruzione secondaria superiore che ha l’obiettivo di creare un rapporto continuativo e organico tra mondi che, fino a oggi, si sono parlati poco: il sistema dell’istruzione, quello della formazione professionale e il mercato del lavoro. Questa nuova opportunità dovrebbe sopperire anche al fenomeno dell’abbandono scolastico, che spesso avveniva per “semplici motivi di incompatibilità allo studio spesso temporanea”. Inoltre, il giovane ha modo di confrontarsi con colleghi lavoratori di ogni età che gli spiegano l’importanza della formazione scolastica qualificata per poter avere effettive chance lavorative.

Tutti i dettagli

Viene definito anche apprendistato di primo livello ed è rivolto a giovani di età compresa tra i 15 e 25 anni dove l’obiettivo rimane il conseguimento di un diploma professionale, ma il percorso formativo viene suddiviso tra ore di formazione presso l’Istituto, formazione in azienda e lavoro. Le ore di formazione svolte presso l’istituzione formativa (formazione esterna) non sono retribuite, mentre quelle di formazione presso l’azienda (formazione interna) sono retribuite nella misura del 10 per cento. Le ore di lavoro vengono invece retribuite in base a quanto previsto dal Ccnl, dagli eventuali accordi interconfederali o in mancanza e per analogia a quanto previsto nel Ccnl per l’apprendistato professionalizzante. Con la delibera n. 598 del 8 aprile 2016 la Regione Friuli Venezia Giulia ha stabilito le linee guida per l’utilizzo dello strumento, limitandolo al conseguimento di attestati regionali di qualifica professionale e di diploma professionale. Come per i tirocini, l’attivazione deve essere promossa da un soggetto terzo che viene individuato nelle istituzioni formative accreditate dalla Regione che deve stipulare un protocollo con l’azienda che assume l’apprendista e, come per l’apprendistato professionalizzante, assieme al contratto di lavoro va stipulato un piano formativo con la previsione del monte ore di formazione che il giovane deve frequentare almeno per tre quarti del totale previsto per poter essere ammesso all’annualità successiva. Il piano formativo individuale può essere modificato nel corso del rapporto, ferma restando la qualificazione da acquisire al termine del percorso.

Il numero totale delle ore di formazione annuali è 1.056, suddivise in 528 presso l’Istituto e 528 in azienda. La durata minima del contratto è di sei mesi e quella massima di tre che possono diventare quattro in caso di diplomi professionali quadriennali. La formazione esterna presso l’istituto non può superare rispettivamente il 60% per il primo e il secondo anno e il 50% per il terzo e il quarto anno della durata prevista dall’ordinamento regionale. Come misura sperimentale fino al 31 dicembre di quest’anno la contribuzione Inps sull’imponibile è pari al 5% invece del 11,61% per le aziende con più di 9 dipendenti, mentre è pari a zero per chi ha fino a 9 dipendenti. Trattandosi di minori vanno chiaramente coinvolti i genitori o chi ne ha la patria potestà; va fatta particolare attenzione al tema della sicurezza (valutazione rischi, visite mediche, orario di lavoro). Il mancato raggiungimento dell’obiettivo scolastico può essere legittimo motivo per la risoluzione del rapporto di lavoro, ma il ragazzo ha la possibilità di prorogare di un anno il contratto. Oltretutto l’art. 43 del Dlgs 81/2015 sul riordino dei contratti di lavoro ha previsto la possibilità di trasformare questo contratto in apprendistato professionalizzante che è la forma contrattuale più comune di inserimento dei giovani con un’ulteriore possibilità di procrastinare il rapporto formativo sotto un’altra veste.

La parte contrattuale

La parte retributiva e normativa del rapporto viene demandata ad accordi interconfederali e Ccnl. Recentemente si sono espresse in tal senso la Confcommercio nazionale, la Confesercenti e la Confartigianato Veneto per i contratti attivati in tale regione ed è ai nastri di partenza anche quello dell’artigianato per la nostra. Minimo comune denominatore è la percentualizzazione della retribuzione, con riconoscimento al giovane apprendista per il primo anno di una retribuzione oraria pari alla metà di quella di un lavoratore qualificato, con una percentuale a salire negli anni successivi. Nei due contratti del commercio, in caso di prosecuzione come ordinario rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, il livello di inquadramento è di un livello inferiore rispetto a quello in cui è inquadrata la mansione professionale per cui è stato svolto l’apprendistato, per un periodo di 12 mesi. La retribuzione iniziale ridotta e la contribuzione minima, permettono al datore di lavoro di contenere il costo del lavoro entro parametri accettabili e, con interpello dell’agosto di quest’anno, il Ministero del Lavoro ha precisato che la contribuzione ridotta non si applica sul minimale giornaliero Inps ma sulla retribuzione effettiva e quindi ridotta. Tutto quindi è volto ad agevolare al massimo l’attivazione di questi contratti che sono già partiti con l’inizio dell’attuale anno scolastico grazie all’intraprendenza degli enti e istituti accreditati dalla nostra regione che propongono questi ragazzi alle aziende che avranno l’opportunità di fare crescere al proprio interno delle professionalità e di renderli gradualmente indipendenti dal punto di vista economico. È una norma che è stata avversata da una certa frangia del sindacato che ritiene inaccettabile impiegare al lavoro dei quindicenni, spingendo prima dell’approvazione per l’attivazione del contratto solo al termine dell’obbligo di istruzione e comunque non prima dei 16 anni. Va ricordato oltretutto che la Cgil aveva proposto l’elevazione dell’obbligo scolastico a 18 anni. In realtà con questa norma ci siamo adeguati agli altri Stati europei dove i giovani ai 18 anni tendono a mantenersi e non vivono come accade in molti casi nella nostra regione e Stato sulle spalle dei genitori e nonni pensionati. Per fortuna vi sono ottimi casi di giovani virtuosi che tra i 20 e i 30 che vivendo in casa, riescono a risparmiare per pagarsi gran parte del mutuo prima casa, e non per comprare l’auto nuova invece di usata come i loro genitori o nonni! Manca a oggi un sistema che controlli il livello di formazione scolastico. Come studio non troviamo più giovani che hanno la formazione dei loro genitori che si sono diplomati e laureati negli stessi istituti scolastici.

 

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