Green pass nelle aziende

Alberto Giorgiutti

PROVE DI GREEN PASS IN AZIENDA

L’arrivo della stagione estiva ha portato ad un leggero calo dei contagi da Covid-19 e con essa la speranza di poter godere di una maggiore libertà di movimento. Nell’ultimo mese, però, si è registrato un notevole incremento di casi di positività al virus a causa della cosiddetta variante Delta. 

Ciò ha portato il Governo ad intervenire in concomitanza con il periodo delle ferie al fine di non compromettere le riaperture delle attività economiche che più hanno sofferto in questo anno e mezzo di pandemia. 

I fruitori dei servizi

In analogia con quanto già successo in Francia, con la pubblicazione del nuovo D.L. 23.07.2021, n. 105 nel quale, in primis, viene disposta la proroga dello stato di emergenza fino alla data del 31.12.2021, a partire dal 6 agosto 2021 alcune attività potranno consentire l’accesso solamente alle persone munite di certificazione verde. Tra le attività interessate troviamo i servizi di ristorazione che effettuano il servizio al tavolo al chiuso, luoghi di spettacolo, eventi e competizioni sportive, musei, istituti e luoghi di cultura e mostre, piscine, palestre, centri benessere, sagre e fiere, parchi tematici e di divertimento, centri culturali, sociali e ricreativi, attività di sale gioco, sale scommesse, bingo e casinò e i concorsi pubblici, ma alla vigilia dell’entrata in vigore del provvedimento un consiglio dei ministri ha esteso l’obbligo (dal 1° settembre) ai trasporti a lunga percorrenza e ai docenti e personale Ata della scuola. 

Tali disposizioni vengono applicate all’interno della zona bianca, gialla, arancione e rossa, ma sono esclusi dall’assoggettamento coloro che non rientrano nella campagna vaccinale per motivi di età o quelli esclusi sulla base di idonea certificazione medica.
Qualora tali disposizioni venissero violate, si è passibili di sanzioni ai sensi dell’art. 4 D.L. 19/2020 (sanzione da 400 a 1.000 euro a carico sia dell’esercente che dell’utente) e a decorrere dalla terza violazione, è prevista la chiusura totale dell’attività per un periodo variabile da 1 a 10 giorni.

I dipendenti

L’obbligatorietà del green pass non vale però per i lavoratori che sono impiegati in tali attività, così colui che vuole accedere ad un ristorante al chiuso dovrà esibire il certificato, ma il personale impiegato nel locale vi potrà lavorare senza esserne in possesso. Nel caso in cui un dipendente del ristorante (fuori dall’orario di lavoro) vi volesse accedere con famiglia o amici, cambia veste e diventa cliente ed è obbligato ad esibirlo. Fermo restando che il green pass viene rilasciato anche per altre fattispecie, finora l’obbligo di vaccinazione è previsto solo per gli operatori del settore sanitario, ma qualcosa potrebbe cambiare.

Sospeso il dipendente no vax

Il Tribunale di Roma con ordinanza del 28 luglio ha creato un precedente importante per il caso di una lavoratrice no vax all’interno di un villaggio turistico che il medico competente ha ritenuto parzialmente inidonea alla mansione in quanto obbligata ad evitare contatti con i residenti del villaggio. In conseguenza del giudizio del medico del lavoro il datore, in considerazione dell’impossibilità di adibire utilmente la lavoratrice ad altre mansioni, la sospendeva in via momentanea dal servizio. Una sospensione non qualificabile come misura disciplinare disposta a fronte del rifiuto della lavoratrice alla vaccinazione, ma un provvedimento cui il datore era tenuto a salvaguardia della salute della stessa dipendente e degli ospiti del villaggio, secondo quanto previsto dall’articolo 2087 del Codice civile.

Nella sentenza di fa riferimento all’articolo 20 del Dlgs 81/2008, in base alla quale incombe sul lavoratore l’obbligo di salvaguardare la propria salute e quella delle altre persone presenti sul luogo di lavoro, cooperando con il datore per l’adempimento delle misure dirette a garantire la protezione collettiva e individuale. Senza che vi sia, quindi, una norma specifica sull’obbligo vaccinale (come previsto invece per il personale sanitario), il giudice, affermando che la protezione della salute degli utenti del villaggio turistico rientra nell’oggetto della prestazione esigibile (la quale non può essere resa a causa del rifiuto di sottoporsi alla vaccinazione) ritiene pienamente legittima la sospensione (senza retribuzione) della dipendente.

Il nodo privacy e il ruolo del medico competente

Allo stato attuale, nel settore privato, a prescindere dalla singola sentenza, è necessario muoversi con le dovute cautele. Oltre a non esserci una specifica norma sull’obbligo vaccinale il Garante della privacy ha imposto alle aziende di non trattare in alcun modo i dati relativi all’assolvimento dell’obbligo vaccinale dei dipendenti. L’informazione può essere nella disponibilità esclusiva del medico competente, per proteggere i lavoratori fragili, ma il professionista non è tenuto a comunicarli all’azienda. Il risultato è che manager e imprenditori al rientro dalle ferie estive si ritroveranno ancora a gestire il rischio di contagio interno con le vecchie modalità di tutela previste dai Protocolli di sicurezza anti covid-19 (da ultimo quello sottoscritto il 6 aprile 2021) senza poter subordinare la prestazione lavorativa all’assolvimento degli obblighi previsti per il rilascio del green pass.

In tale senso si è espressa anche la Fondazione Studi dei consulenti del lavoro che con approfondimento del 27 luglio è in linea con la sentenza del Tribunale di Roma: “Il tema del trattamento dei dati relativi al Green pass e, più in generale, alla vaccinazione può essere inquadrato nell’ambito della verifica dell’idoneità alla mansione specifica, che consente quindi al medico competente (e solo a lui), di emettere giudizi di idoneità parziale e/o inidoneità temporanee per i lavoratori non vaccinati (salvo che il rischio non possa essere ridotto con misure di protezione e/o organizzative alternative e di eguale efficacia).”

Casi aziendali

La Sterilgarda, azienda lattiero casearia del mantovano con oltre 300 addetti e un indotto di 600, il 26 luglio scorso ha comunicato ai propri dipendenti che, dal mese di settembre, “a chi risulterà privo di green pass per la mancata sottoposizione all’iter vaccinale, verranno attribuite mansioni diverse da quelle normalmente esercitate e tali da escludere rischi di contagio per contatti con altri dipendenti, con erogazione della relativa retribuzione. Qualora la modifica della mansione non sia possibile o esponga altri dipendenti/collaboratori alla medesima situazione di rischio, il lavoratore non verrà ammesso in azienda con sospensione della retribuzione …. “. Una presa di posizione forte che non trova, come detto, riscontro nel quadro legislativo attuale, tant’è che nei giorni a venire il Comitato di sicurezza composta da azienda, sindacati e medico del lavoro discuteranno dell’ipotesi di introdurre questa forzatura in azienda. I nostri vincoli costituzionali dovrebbero riguardare anche le multinazionali operanti in Italia. Nei giorni scorsi il ceo di Google, ha comunicato ai lavoratori che “chiunque venga a lavorare nei nostri campus dovrà essere vaccinato”. Ai lavoratori di Google operanti in Italia non è ancora arrivata alcuna indicazione (al di là della lettera che Pichai ha fatto recapitare a tutti i suoi lavoratori in tutto il mondo). 

Un cappio che si stringe

Insomma una situazione ancora in fase di evoluzione, ma per i no vax si prospetta un rientro dalle ferie estive piuttosto problematico, anche perché saranno assoggettate al vincolo del green pass anche le mense aziendali. Pur in mancanza di una disposizione precisa in merito, molte aziende di fornitura di pasti che hanno in gestione le mense per i dipendenti si stanno organizzando per sottoporre al controllo i lavoratori che vi vorranno accedere.