Doppio incentivo per gli under 30

Alberto Giorgiutti

All’ articolo 1-bis della legge di conversione del decreto “dignità” (Legge 96/2018) viene introdotto un nuovo bonus per incentivare le assunzioni a tempo indeterminato di giovani sotto i 35 anni, effettuate durante i soli anni 2019 e 2020. Il decreto “dignità” entrato in vigore il 14 luglio era stato criticato dagli addetti ai lavori per non aver introdotto alcuna norma a favore della stabilizzazione dei rapporti di lavoro, limitandosi a restringere, attraverso disposizioni repressive, il campo di azione dei contratti a tempo determinato. Ebbene, con la rapida conversione in legge del decreto è stata inserita una norma fotocopia del bonus occupazionale giovanile già in essere e introdotto dal precedente Governo con la legge di Bilancio 2018, che, a differenza del nuovo incentivo, aveva carattere strutturale.

La fretta fa i gattini ciechi ed infatti il nuovo incentivo non modifica o abroga il precedente ma si cumula con esso. L’unica ed importante differenza è nell’età del lavoratore agevolato: il precedente incentivo, entrato in vigore il 1° gennaio 2018, fissava a 35 anni il limite dell’agevolazione per il solo anno 2018 portando a 30 anni l’età massima dal 2019 in poi mentre il nuovo agevola invece gli under 35 per il solo biennio 2019 – 2020.

Requisiti

La nuova agevolazione così come la precedente, consiste in un esonero contributivo del 50%, nel limite massimo di spesa annuo di 3.000 euro. Il beneficio spetta per l’assunzione con contratto a tempo indeterminato “a tutele crescenti” di giovani che non hanno ancora compiuto i 35 anni (da intendersi come 34 anni e 364 giorni). Il regime contrattuale a tutele crescenti è stato introdotto dal d.lgs. n. 23/2015, in attuazione della legge delega conosciuta come “Jobs act”. Si tratta dei lavoratori assunti a tempo indeterminato a partire dal 7 marzo 2015 che, in virtù del così modificato articolo 18, hanno visto ridimensionate le ipotesi di reintegrazione in caso di licenziamento illegittimo con l’applicazione di un risarcimento graduato in base all’anzianità di servizio (da qui la denominazione di tutele crescenti). É di questi giorni la sentenza della Corte costituzionale che ha dichiarato illegittimo l’art. 3 comma 1 del decreto nella parte in cui viene stabilito il risarcimento in ragione della sola anzianità di servizio in quanto contraria ai principi di ragionevolezza e di uguaglianza e contrasta con il diritto e la tutela del lavoro sanciti dagli articoli 4 e 35 della Costituzione. Il riferimento della Corte è anche al decreto “dignità” che ha semplicemente aumentato le mensilità minime e massime ma non ha introdotto altri criteri per il calcolo del giusto risarcimento. In ogni caso il riferimento della norma non ad una generica assunzione a tempo indeterminato ma alle tutele crescenti ha una certa rilevanza perché il decreto si applica esclusivamente ai lavoratori con qualifica di operai, impiegati e quadri. Ne consegue, pertanto, che anche l’esonero in questione sia limitato a tali categorie, restando esclusa di conseguenza la categoria dei dirigenti, così come i rapporti di apprendistato e il lavoro domestico.

Requisito soggettivo

L’introduzione del regime delle tutele crescenti ai rapporti a tempo indeterminato avvenuto durante il Governo Renzi avveniva contemporaneamente all’introduzione di un’importante agevolazione che prevedeva il cento per cento di esonero contributivo fino ad un massimo di 8.060 euro per la durata di tre anni. In quel caso non erano stati posti particolari limiti (se non volti ad evitare un’elusione della norma) perché l’agevolazione doveva compensare la maggiore flessibilità in uscita dei lavoratori incentivando i datori di lavoro a conservare nel tempo i posti di lavoro. Nel caso in esame, invece, l’esonero contributivo è rivolto all’assunzione di giovani lavoratori che, nel corso dell’intera vita lavorativa, non sono mai stati titolari di un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato con il medesimo o con altro datore di lavoro. Vengono pertanto incentivate le assunzioni dei cosiddetti eterni “precari”.

Facendo riferimento alle istruzioni INPS relative al precedente incentivo, non dovrebbero esserci ostacoli al godimento del beneficio per lavoratori che hanno avuto precedenti assunzioni con contratto intermittente a tempo indeterminato e contratto di lavoro domestico a tempo indeterminato. Sono invece ostativi alla fruizione dell’esonero precedenti rapporti in somministrazione a tempo indeterminato e rapporti di lavoro a tempo indeterminato terminati durante il periodo di prova o per dimissioni del lavoratore. Nessun impedimento, invece, in caso di pregresso svolgimento di prestazioni di natura professionale in forma autonoma, in qualità di amministratore, socio, ecc.

I datori di lavoro agevolati

Il beneficio si applica solo ai datori di lavoro privati. La genericità dell’affermazione fa si che possano rientrarvi le associazioni, i sindacati, gli studi professionali, le cooperative, ecc. Non vi rientrano le amministrazioni dello Stato, le Regioni, le Province, i Comuni, le Camere di commercio, ecc..

Esclusioni

Rispetto la precedente norma introdotta dal Governo Gentiloni con la legge di Bilancio per il 2018, riscontriamo l’assenza di riferimenti alla possibilità di accedere all’agevolazione attraverso la trasformazione a tempo indeterminato di precedenti rapporti a termine.  In attesa di una circolare INPS sull’argomento, dalla formulazione letterale della norma: “Al fine di promuovere l’occupazione giovanile stabile, ai datori di lavoro privato che negli anni 2019 e 2020 assumono lavoratori che non hanno compiuto il trentacinquesimo anno di età, cui si applicano le disposizioni in materia di contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato a tutele crescenti …” si evince la mancanza di qualsiasi riferimento alla trasformazione di contratti da tempo determinato a tempo indeterminato. Appare chiaro come non vi sono problemi in caso di cessazione del rapporto a termine,  procedendo successivamente ad una assunzione ex novo a tempo indeterminato, ma in assenza di specifiche appare prudente e ragionevole non procedere ad un’operazione di trasformazione.

Misura dell’incentivo

L’agevolazione consiste in un esonero dal versamento del 50% dei complessivi contributi previdenziali a carico del datore di lavoro per un massimo di 3.000 euro annui. La soglia massima di esonero contributivo fruibile per ogni mese di rapporto è riferita al periodo di paga mensile ed è pari a 250 euro (€ 3.000/12). Per rapporti di lavoro instaurati ovvero risolti nel corso del mese, detta soglia va riproporzionata assumendo a riferimento la misura di euro 8,06 (€ 250/31 gg.) per ogni giorno di fruizione dell’esonero contributivo.

Mutuando la prassi amministrativa riferita all’incentivo del precedente Governo possiamo affermare che i premi e i contributi dovuti all’INAIL non rientrano nell’agevolazione, così come quelli dovuti ai fondi di solidarietà bilaterali (d.lgs. 148/2015).

Durata del beneficio

La durata dell’esonero contributivo è stabilita in 36 mesi decorrenti dalla data di assunzione del lavoratore ed è subordinato alla permanenza del rapporto di lavoro. Il periodo di godimento dell’agevolazione può essere sospeso esclusivamente nei casi di assenza obbligatoria dal lavoro per maternità (cfr. circolare n. 84/1999), consentendo il differimento temporale del periodo di fruizione dei benefici.

Il danno

Rispetto al precedente incentivo viene esclusa la portabilità dell’incentivo e cioè la possibilità di trasferire, durante la vita lavorativa e a vantaggio di altri datori di lavoro, l’agevolazione non fruita dal precedente o dai precedenti datori di lavoro. Se, per un qualsivoglia motivo, pertanto, il lavoratore cessa il rapporto a tempo indeterminato, anticipatamente rispetto ai 36 mesi di durata previsti dalla norma (anche dopo pochi giorni di lavoro), il residuo non goduto dal precedente datore va perduto ma anche il lavoratore viene danneggiato perché non avrà più il requisito della “precarietà” e chi lo assume successivamente non potrà beneficiare del bonus.

Compatibilità

Sempre mutuando le precedenti istruzioni dell’INPS, l’incentivo non sarà subordinato al regime “de minimis” e sarà cumulabile con altri incentivi economici. A gennaio 2019, pertanto, stante l’attuale quadro normativo, un lavoratore “precario” che, alla data dell’assunzione, non avrà ancora compiuto i 30 anni di età potrà fruire sia dell’esonero contributivo previsto dal Governo Gentiloni (under 30) che dal decreto “dignità” (under 35) ma, se il soggetto è donna, il datore di lavoro potrà richiedere, altresì, l’incentivo regionale (se rifinanziato) per l’assunzione di donne di qualunque età (legge 18/2005) che, per l’anno 2018 era pari a 5.000 euro una tantum.