LA PRECARIETA’ COSTA DI PIU’

Alberto Giorgiutti

Con la circolare n. 121 del 6 settembre 2019 l’INPS fornisce ai datori di lavoro le istruzioni operative per il calcolo, il versamento e l’esposizione in Uniemens dell’incremento del contributo addizionale Naspi disposto dal comma 2 dell’art. 3 del DL n. 87/2018 (cd Decreto Dignità) con il quale è stato previsto l’incremento del contributo addizionale in occasione di ogni rinnovo di un contratto a tempo determinato, anche in regime di somministrazione di lavoro.

Penalizzare il precariato

Il Decreto Dignità ha ristretto la possibilità di utilizzo dei contratti di durata riducendo a dodici mesi la durata massima del contratto a tempo determinato, anche in relazione al regime di somministrazione di lavoro, senza l’applicazione di causali, e a ventiquattro mesi la durata massima dei medesimi rapporti intercorrenti fra lo stesso datore di lavoro e lo stesso lavoratore per lo svolgimento di mansioni di pari livello e categoria legale.

Sempre al fine di limitare il ricorso ai contratti a termine l’articolo 3, comma 2, del D.L. 87/2018 disponeva che il contributo addizionale NASpI è aumentato di 0,5 punti percentuali in occasione di ciascun rinnovo del contratto a tempo determinato. A tale proposito, il Ministero del Lavoro nella circolare n. 17/2018 chiariva che “al primo rinnovo del contratto a tempo determinato la misura ordinaria dell’1,4% andrà̀ incrementata dello 0,5%. In tal modo verrà determinata la nuova misura del contributo addizionale cui aggiungere nuovamente l’incremento dello 0,5% in caso di ulteriore rinnovo. Analogo criterio di calcolo dovrà essere utilizzato per eventuali rinnovi successivi, avuto riguardo all’ultimo valore base che si sarà venuto a determinare per effetto delle maggiorazioni applicate in occasione di precedenti rinnovi”.

Pertanto, ad ogni rinnovo di contratto di lavoro a tempo determinato, ovvero di somministrazione a tempo determinato, l’incremento dello 0,5% si somma a quanto dovuto in precedenza a titolo di contributo addizionale, senza discriminare tra contratti a termine diretti o in somministrazione a termine. In pratica il contributo addizionale dell’1,4%, in presenza di rinnovi di contratti a termine, deve essere aumentato dello 0,5% per ogni rinnovo e pertanto in occasione del primo il contributo sarà pari all’1,9% (1,4+0,5), in occasione del secondo al 2,4% (1,4+0,5+0.5), in occasione del terzo rinnovo a 2,9% (1,4+0,5+0,5+0.5) e così via.

La circolare precisa che «l’aumento del contributo addizionale NASpI opera anche nei casi in cui lo stesso utilizzatore abbia instaurato un precedente contratto di lavoro a termine con il medesimo lavoratore ovvero nell’ipotesi inversa». Se ne ricava, quindi, che ogniqualvolta si instauri un contratto di lavoro a tempo determinato con un lavoratore già stato in forza presso la propria azienda in virtù di un contratto di somministrazione a tempo determinato, nonché nel caso inverso, in cui un contratto a tempo determinato viene seguito da un contratto di somministrazione, il contributo addizionale è sempre dovuto.

Rinnovo si, proroga no

Il contributo è dovuto quindi ogni qual volta vi sia un nuovo contratto tra il medesimo datore di lavoro e il lavoratore (rinnovo) mentre non si applica in caso di proroga del medesimo contratto (senza soluzione di continuità). Il contributo si applica anche nel caso in cui vi sia una modifica della causale che era stata originariamente apposta al contratto a termine.

Il Decreto Dignità prevedeva, infatti, che, nel caso in cui venga stipulato un contratto di durata inferiore a dodici mesi privo di causale che venga successivamente prorogato oltre i dodici mesi con apposizione della causale, il contributo addizionale non è dovuto in quanto il prolungamento del contratto è a tutti gli effetti una proroga.

Nel caso in cui venga stipulato, invece, un contratto superiore a dodici mesi che prevede una causale fin dall’inizio e, in seguito, il contratto venga prolungato con una diversa causale, il contributo addizionale va applicato anche se non vi è soluzione di continuità perché il prolungamento va considerato un rinnovo.

Le esclusioni

Sono esclusi dall’incremento i contratti stipulati con la Pubblica Amministrazione; i contratti stipulati con le scuole, le università private (anche filiazioni di università estere), gli Enti di ricerca pubblici e privati per i dipendenti a termine impegnati nelle attività di insegnamento, ricerca, trasferimento di know how; i rapporti di lavoro stagionali stipulati in base al D.P.R. n. 1525/1963  (si applica invece per i contratti stagionali derivanti dalla contrattazione collettiva); i contratti a termine per ragioni sostitutive.

Sulla stagionalità è intervenuta la Presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine dei Consulenti del lavoro che, ha richiesto alla neo Ministra del Lavoro di rivedere la disciplina affinché i casi di esclusione dall’obbligo di versamento del contributo addizionale e del relativo incremento dello 0,5%, siano estesi anche alle ipotesi previste dalla contrattazione collettiva e non solo da quelle di cui al D.P.R. n. 1525/63, perché la nozione di stagionalità non può però essere circoscritta alle sole ipotesi previste dal legislatore degli anni ’60, ma deve essere integrata legittimamente dalle previsioni contrattuali di settore che ne definiscono meglio le caratteristiche.

La restituzione del contributo addizionale

La normativa prevedeva già prima del decreto 87/2018 che l’eventuale trasformazione del contratto da tempo determinato a tempo indeterminato consentiva al datore di richiedere la restituzione del contributo addizionale. Con la circolare n. 121 l’INPS, quindi, disciplina esclusivamente l’ipotesi di richiesta di restituzione delle percentuali incrementali previste dal citato decreto. Sostanzialmente, ogni qualvolta vi sia la possibilità di richiedere la restituzione del contributo addizionale dell’1,40 per cento, è possibile ottenere il rimborso anche degli incrementi aggiuntivi versati in caso di rinnovo.

Le possibilità di richiedere il rimborso riguardano pertanto la trasformazione del contratto a tempo indeterminato al superamento del periodo di prova e l’assunzione del lavoratore a tempo indeterminato entro il termine di sei mesi dalla cessazione del precedente contratto a termine. In presenza di più rinnovi la restituzione riguarderà il contributo addizionale versato in relazione all’ultimo rinnovo prima della trasformazione o assunzione a tempo indeterminato.

Una precisazione

Va ricordato che il decreto 87/18 riducendo la durata massima del contratto a termine da trentasei a ventiquattro mesi ha anche stabilito che fino a dodici mesi non vi è obbligo di inserire causali nel contratto di lavoro, vincolando il superamento di tale limite alla presenza di specifiche esigenze: a) “esigenze temporanee e oggettive, estranee all’ordinaria attività, ovvero esigenze di sostituzione di altri lavoratori”; b) “esigenze connesse a incrementi temporanei, significativi e non programmabili, dell’attività ordinaria”.

Si tratta quindi di causali molto stringenti e che vanno inserite oltre ai casi di: primo contratto di lavoro superiore a dodici mesi e quando la proroga del contratto comporti il superamento dei dodici mesi, anche per effetto di un rinnovo di un contratto precedentemente scaduto con lo stesso lavoratore e indipendentemente dalla durata dello stesso. L’applicazione del contributo addizionale è quindi legata particolarmente all’ultimo caso nel quale il rinnovo prevede obbligatoriamente l’inserimento della causale. È quindi la scelta di effettuare un nuovo contratto di lavoro a termine con lo stesso soggetto che viene doppiamente disincentivata e penalizzata e va pertanto sempre attentamente valutata.